Ribelli o Cattive, le storie di donne hanno bisogno di queste etichette?

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Qualche anno fa un progetto editoriale, poi diventato anche teatrale e scolastico, aveva prodotto “Cattive Ragazze, 15 storie di donne audaci e creative” (edizioni Sinnos) un graphic novel a cura di Assia Petricelli che ripercorre la vita di 15 interpreti significative degli ultimi 150 anni. Un progetto interessante, rivolto ai ragazzi e attento alle difficoltà (con caratteri altamente leggibili anche per i dislessici), un modo molto piacevole per conoscere le storie di Franca Viola, di Nellie Bly, Miriam Makeba e tutte le altre. Venivano definite cattive per provocazione sicuramente perchè di cattivo in senso stretto non avevano proprio nulla, se non il fatto che avevano avuto il coraggio di ribellarsi ad ordini precostituiti ma vincolanti e limitanti. La cattiveria, infatti, è stata puntualmente ribaltata in ogni storia fino a portare alla profonda stima e al rispetto per condizioni di vita non sempre agevoli ma non per questo capaci di fermare donne tanto straordinarie.  Donne che con la loro vita hanno cambiato il corso della scienza, come Marie Curie che in parte all’ombra del marito (in quanto uomo più rispettato) e in parte senza di esso vinse due premi nobel, o Franca Viola che cambiò con il suo gesto il corso delle leggi italiane.

Qualche mese fa è stata la volta di “Storie della buonanotte per bambine ribelli” di Elena Favilli e Francesca Cavallo che sono partite da un crowfounding che ha riscosso un notevole successo e sono giunte alla pubblicazione di uno dei casi editoriali del 2017. Anche questo libro racconta, stavolta sottoforma di favole di una pagina con tanto di splendide illustrazioni per ogni personaggio, le storie di tante donne dall’antichità ai giorni nostri e spiega come per distinguersi in un campo non sia importante il genere ma l’impegno e la volontà di ciascuno.

Entrambi testi, seppure indirizzati ai ragazzi, parlano ad un pubblico molto più vasto, ed entrambi i progetti decidono di farlo etichettando le donne ora “cattive” ora “ribelli”, a dimostrazione probabilmente di quanto intrisa sia ancora la cultura, e ancor più la società, dominante di profonde distinsioni tra uomini e donne, e quanto queste ultime siano spesso destinate a dover sgomitare di più per far risaltare i propri successi. Nessun libro di favole, nessun graphic novel su bambini cattivi o ribelli, al massimo storie di geni e storie di eroi, ma probabilmente se queste autrici anche se partendo da progetti diversi sono arrivate a soluzioni simili ciò implica che ancora questo affermarsi della donna sia vissuto come ribellione e non come atto di libertà. Volendo rimanere a termini più prettamente Analitico Transazionali sia le storie per le bambine ribelli, sia quelle delle donne cattive, sembrano profondamente collegate a quel Bambino Libero che è capace di dare il meglio di sè mantendo il suo campo sgombro da dettami familiari o culturali, ed il Bambino Libero è tale sia nell’uomo che nella donna.

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