La terapia personale degli psicologi: non un obbligo, ma una buona prassi.

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La terapia personale di coloro che si apprestano a diventare clinici sia come psicologi sia come psicoterapeuti rappresenta una prassi di cui molti professionisti decidono di avvalersi e che diverse Scuole di specializzazione, come la SSPIG, pongono come necessaria per il conseguimento del titolo.
Durante il training di specializzazione, questo momento di ritorno a se stessi, ai propri nuclei fondamentali, alle proprie caratteristiche personali e relazionali si fa ancora più necessario, poiché è più probabile che si attivino durante la formazione, o ancora di più nel lavoro con i primi pazienti, aspetti ancora non del tutto risolti o conosciuti. Diventa, dunque, opportuno e formativo per sé intraprendere un periododi analisi, così da crescere non solo dal punto di vista professionale ma anche da un punto di vista personale. Del resto, sono due aspetti che nella vita di un terapeuta si incrociano sempre e si influenzano reciprocamente.
Sapere di sé, dei propri modi di agire e reagire è un momento di conoscenza e, in qualche modo, anche di prevenzione perché, nel delicatissimo lavoro di terapia con i pazienti, è fondamentale entrare in relazione con consapevolezza ed etica. Al pari della supervisione, la terapia diventa quindi anche un monitoraggio utile e opportuno, che permette nel privato della propria analisi di rivedere e affrontare elementi magari un tempo più inconsci, ma non per questo assenti.
Il consiglio dello stesso Freud è che «il futuro analista si sottoponga a un’analisi personale e che successivamente si rifaccia periodicamente “oggetto di analisi”». L’analisi terminabile e al contempo interminabile per il terapeuta, di cui parlava Freud, altro non è che proprio una necessità di tornare a se stessi ogni volta che sia possibile proprio perché è costante il lavoro con l’altro, ma attraverso il proprio sé. Non si tratta di sgombrare il campo piuttosto di un riconoscerlo prima di utilizzarlo.

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