La cura Schopenhauer

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Dopo Nietzsche, Yalom sceglie un secondo filosofo da interrogare attorno ai dilemmi esistenziali di terapeuti e pazienti. In questo romanzo scorrono due linee narrative parallele. Una ha per protagonista narrante Julius, un terapeuta americano dei giorni nostri, e l’altra attraversa la vita di Arthur Schopenhauer.

Nell’incipit de “La cura Schopenhauer”, il terapeuta Julius riceve una diagnosi infausta e deve pensare ad organizzare la fine della sua attività clinica con i pazienti.

Dovrà decidere se e con chi deve “chiudere” la terapia e dovrà chiedersi con quale tra i suoi pazienti  rimane qualcosa in sospeso, anche fra i “fallimenti” terapeutici. Infine dovrà concludere il percorso che gli sta più a cuore, quello del gruppo terapeutico che segue da tempo.

Il romanzo comincia quindi con una chiusura. Cosa ha a che fare Schopenhauer con questo?

Il filosofo viene interrogato sulla morte e sul modo in cui affrontarla. Sarà Philip, un “caso irrisolto”, un paziente che ha interrotto la terapia ed è diventato un consulente filosofico, a tentare di trovare un significato alla morte. E cercherà di farlo per il suo terapeuta, attraverso Schopenhauer.

E’ una bella sfida tra medico e paziente, tra pensiero e relazione, tra filosofia e psicologia.

Non sono le idee, né la visione, né i mezzi concreti quello che davvero importa nella terapia. Se uno, alla fine della terapia interroga i pazienti a proposito del processo, che cosa ricorderanno questi pazienti? Mai le idee, è sempre la relazione”. Questa è la prima lezione del terapeuta supervisore al consulente filosofico suo ex paziente. E, per sganciarlo dall’egemonia del pensiero e dall’isolamento narcisistico, gli propone di entrare in un gruppo di terapia.

Le animate e passionali sedute del gruppo si alternano ai pensieri sprezzanti verso il prossimo – se non francamente misantropi – di Schopenhauer.

Poi altre riflessioni giungono dai filosofi alla stanza di terapia: Philip racconta che Nietzsche riteneva che la differenza tra un uomo ed una mucca è che quest’ultima sa come vivere senza angst, cioè senza angoscia. “Ma noi sfortunati umani siamo così perseguitati dal passato e dal futuro che possiamo solo girovagare brevemente nel presente. Sapete perché bramiamo così ardentemente i giorni dorati dell’infanzia? Nietzsche ci dice che è perché quei giorni dell’infanzia sono giorni spensierati. (…) Questo pensiero non era originale: in questo, come in molto altro, ha saccheggiato i lavori di Schopenhauer”

Qui l’autore si rivela attraverso il personaggio e forse ci dice perché ha scelto Nietzsche per il romanzo precedente e perché adesso risale a Schopenhauer. Il primo affonda le sue radici nel pessimismo romantico del secondo e ne condivide l’idea della vita e dei rapporti umani. Un’idea pessimistica, che Yalom sembra voler contrastare, e in questa impresa si impegnerà più chiaramente nel libro su Spinoza.

Senza esplicitamente far riferimento a radici teoriche freudiane, sembra ripercorrere il conflitto eterno tra istinto di vita ed istinto di morte.

Sul pessimismo di Schopenhauer Yalom si ferma in uno dei capitoli centrali di questo romanzo indicandolo come radice del pensiero freudiano “Dai nostri corpi noi traiamo una conoscenza che non possiamo concettualizzare e comunicare perché la maggior parte della nostra vita interiore ci è sconosciuta. E’ repressa e non le viene permesso di fare irruzione nella coscienza (…) Non sembra qualcosa di famigliare? Non ricorda tutti quei marchingegni freudiani, l’inconscio, il processo primitivo, l’id, la repressione, l’ingannare se stessi? Non sono questi i germi vitali, le origini primordiali, del tentativo psicoanalitico?”,

Inoltre Yalom ricorda l’ateismo coraggiosamente dichiarato di Schopenhauer e lo accosta ad un altro libero pensatore che lo ha preceduto: Spinoza.

La conoscenza interiore del corpo spinse Schopenhauer a ipotizzare l’esistenza di una forza vitale che anima l’uomo ed il suo agire: la volontà. E’ ciò che ci conduce verso i nostri desideri e che inesorabilmente con il soddisfacimento si estingue per poi riprodursi. Questa è la condanna dell’uomo: girare eternamente attorno all’asse del bisogno seguito dal soddisfacimento, ed essere – come Tantalo – impossibilitato a raggiungere la felicità come stato.

Lo scrittore e psicoterapeuta sembra suggerire – con le sue scelte personali ed i suggerimenti di Julius al suo paziente Philip – che non c’è cura per l’infelicità che non passi attraverso la relazione, anch’essa imperfetta.

Infine sarà Schopenhauer, con la sua morte ed il pensiero su di essa, a dare una risposta ai tormenti di Julius, il terapeuta morente. Fornirà argomentazioni razionali per non assecondare la paura e affermerà che la morte non è vero annichilimento, ma un ricongiungimento alla forza della vita in senso universale, al di là dell’Io personale.

di Aurora Mineo

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