PER LA PSICOANALISI

Contro lo scientismo malinteso e malposto dei suoi detrattori

di Marisa Fiumanò

Sarantis Thanopulos su Il Manifesto del 30 /11/ 2019, ha egregiamente risposto alla polemica suscitata da Corbellini, professore di bioetica all’Università la Sapienza di Roma, che ha definito la psicoanalisi una “pseudoscienza” inutilizzabile, che è disonesto insegnare nelle università. Non entro nella polemica perché la ritengo inutile e ripetitiva. Periodicamente (Freud ne sapeva bene qualcosa), qualcuno salta su e, per i motivi più vari -a proposito, in tempi in cui i libri si vendono con difficoltà e le recensioni languono, mi sembra un’ottima idea lanciare una polemica contemporaneamente all’uscita del proprio ultimo libro, come è in questo caso- si mette a prendersela con gli psicoanalisti o, peggio ancora, con la loro dottrina. Smorziamo allora il primo rogo acceso da taluni concordando sul fatto che la psicoanalisi non è una scienza, nel senso che non pretende di asserire la verità. È una disciplina provvisoria, dipendente dalla clinica, esposta al rischio delle mutazioni sociali e soggettive: su questo concordiamo. Al tempo stesso ci chiediamo quale scienza sarebbe una scienza, cioè fondata su inoppugnabili verità scientifiche. Thanopulos lo dice bene, alla fine del suo articolo: “la teoria della relatività e quella quantistica rispettano, ognuna per conto suo, il principio logico, ma sono tra di esse in aperta contraddizione.”.

Chi potrebbe asserire che la propria disciplina è davvero “scientifica”? Avanziamo a tentoni e noi psicoanalisti, con Freud, lo confessiamo senza ritegno: ciò che non si può raggiungere a volo si raggiunge “zoppicando”: è la chiusa di “Al di là del principio di piacere”.

Zoppichiamo, andiamo a tentoni, a volte siamo illuminati dalla grazia della clinica, tal altra dalla tesi di un collega, dal racconto di uno scrittore, dalla lettura del testo di un “maestro”, da un caso esposto in supervisione, dalla riflessione sulla mutazione tumultuosa del sociale. Ci affanniamo a capire cosa sta cambiando, perché e come la società e la cultura mutino così rapidamente, perché, ad esempio la sessualità negata alle isteriche di Freud oggi non faccia più problema come allora, perché non sappiamo più riferirci ad una autorità, rispettare la legge, fidarci del prossimo, avere degli amici, amare qualcuno e trovare qualcuno che ci ami. Perché siamo angosciati, senza evidente motivo, perché abbiamo paura, perché ci perdiamo, ci sentiamo soli, vaghiamo come monadi isolate.

Noi, gli psicoanalisti, approdiamo alla clinica dopo aver fatto tanta strada -la formazione di un analista richiede così tanti anni. La formazione umana, non solo quella concettuale, non è mai compiuta e più si arricchisce la pratica più si moltiplicano le domande. Non le risposte. Le risposte ci sono, certo, ma sono provvisorie, dobbiamo imparare a non fidarci mai degli assiomi, dei concetti, delle certezze. Il sapere della psicoanalisi si costruisce per aggiunte. Freud faceva così, d’altronde: anche se un suo testo aveva diverse edizioni in anni successivi, non lo modificava, aggiungeva delle note, qualche osservazione, ma lo riproponeva nella sua forma originaria. Così hanno fatto i suoi allievi, così ha fatto Lacan.

Lacan, che tanto dispiace a Corbellini, come nessuno ha riletto minuziosamente Freud (e i suoi migliori allievi), i classici, i contemporanei, si è interessato a tutto il nuovo che veniva dalla cultura del suo tempo, scienza compresa. Ci ha definito “parlesseri”, essere fatti e marchiati dal linguaggio, caratterizzati dal linguaggio. Il linguaggio è ciò che ci caratterizza in quanto umani.

Come Freud, però, non era interessato alla coerenza del linguaggio scientista, all’impeccabilità della logica, ma ai buchi del linguaggio, ai suoi inciampi.

Freud aveva spezzato le catene, i bavagli delle isteriche, dando loro la parola. Senza capire un granché delle donne, come lui stesso ammetteva, ma lasciandole parlare a ruota libera ed imparando, avido, attento, modesto nel suo confessato, socratico, non sapere. Con la modestia di questo non-sapere ha guarito mali enormi, talvolta ha fallito, tanto era immane e ancora inesplorato quell’universo: come nel caso di Dora.

Era un pioniere e ha saputo assumere gli scacchi di questa posizione.

Se non temessi di fornire legna al rogo del Corbellini di turno oserei affermare che, in qualche misura, tutte le sue grandi cliniche, i suoi famosi e celeberrimi cinque grandi casi clinici -Hans, Dora, la giovane omosessuale, l’uomo dei topi e l’uomo dei lupi – sono in parte degli scacchi. Era un pioniere, certo. Come ognuno di noi dovrebbe essere. Chi potrebbe dire, infatti, che l’analisi che ha condotto è stato un successo completo? Cosa vuol dire: “un successo completo”? Uscire da una cura rimessi in sesto, intatti, senza sintomi né ansie, liberati da ogni forma di angoscia? Le indicazioni in proposito sono poche, basta leggere il Freud di “Analisi terminabile e interminabile” ma anche che affermava che un’analisi deve metterci in grado di amare e lavorare.

Vale a dire che una buona analisi ci rende umani, capaci di fare legame, di vivere insieme, di tenere conto dell’altro, anche se è estraneo. Se il suo colore della pelle è diverso dal nostro, se la sua religione, la sua lingua, la sua cultura lo sono.

Se non l’avete ancora fatto, fate un’analisi e saprete cosa intendo. Se ne esce trasformati, semplicemente. È scientificamente provato che dopo una buona analisi non si è più gli stessi.

Questo può bastare a dimostrare che la psicoanalisi è scientifica? Certo che no. Ma che ci rende soggetti, nel pieno senso della parola, che ci umanizza, ci rende disponibili al legame con l’altro, ci libera dalla paranoia, dal sospetto, dal razzismo, questo sì.

Ci insegna a camminare da soli nel mondo tollerando le differenze dei nostri simili, in un mondo così nuovo da farci a tratti smarrire, così precario nelle regole che lo governano. Una buona analisi ci insegna a proseguire nel tempo che ci è dato e a indurre a fare lo stesso coloro di cui abbiamo la responsabilità. Ecco a che serve una buona cura. E funziona, anche se non è “scientifica” (ma non sarebbe meglio dire “scientista”?).

La psicoanalisi continua a interrogarsi, non può che essere una psicoanalisi della domanda, come affermava Elvio Facchinelli, non della risposta. Né della certezza, che è parente molto prossima della paranoia.