“Fra Ananke e Kronos: il corpo e la parola nello spazio terapeutico” di Rita Inglese

1Cari Colleghi e Amici,
è con sincero piacere e slancio che mi accingo a scrivere queste poche righe di presentazione del libro di Rita Inglese “Fra Ananke e Kronos: il corpo e la parola nello spazio terapeutico. Un viaggio sul nastro di Möbius” (Edizione Universitarie Romane, 2017), pur consapevole di muovermi, visto il mio ruolo, su un terreno accidentato. Penso, tuttavia, sia un rischio che vada comunque affrontato, fiducioso del fatto che le mie parole troveranno sicuro riparo e riscontro nelle righe e nei capitoli del volume che mi dispongo ad introdurre.
Al giorno d’oggi diventa difficile suggerire la lettura di un libro, un oggetto di aggiornamento e formazione che ormai sta entrando nell’oblio, risentendo della concorrenza della formazione in vivo, dei numerosi lucidi che circolano sulla rete, delle lezioni su YouTube e, non ultima, l’enciclopedia popolare Wikipedia.  Nondimeno, ritengo ancora valido e fondamentale insistere sul formato cartaceo quale strumento di formazione se, come in questo caso, ci si trova al cospetto di un’articolazione teorico-metodologica originale. L’A. infatti si è sperimentata e cimentata con un tema ostico e difficile, quale quello del rapporto del corpo con la parola, argomento usato e abusato a partire dalla psicosomatica e dalla psicoanalisi stessa. Già dai primi capitoli si comprende come la scrittrice desideri tenere in tensione passato e presente, mito e contingenza. Un filo rosso che terrà lungo tutta la sua puntuale e rigorosa esposizione.
Non entrerò nella scansione dei paragrafi che hanno costruito un vero e proprio manuale, di cui il lettore si dimenticherà ben presto grazie allo stile personale, accattivante ed a tratti poetico che rende fluido e digeribile, anche ai palati più sensibili, le diverse prospettive teoriche attraverso le quali l’Autrice rende ragione del suo modello d’intervento clinico. Mi limiterò a delle considerazioni generali.
Rita Inglese è riuscita a far dialogare e non necessariamente o forzatamente ad integrare, tre prospettive teoriche quali quelle della psicoanalisi, della psicofisiologia e quella analitico-transazionale, a partire dagli insegnamenti dei suoi tre maestri, rispettivamente ed in ordine d’incontro, V. Ruggeri, P. Scilligo e A. Ferrari, che cita, rendendo loro omaggio, nell’introduzione del suo complesso lavoro che ha come panorama di riferimento teorico la Psicologia dell’Io all’interno del campo psicoanalitico. Ne viene fuori un dialogo a distanza serrato, corposo appunto, che esplora i diversi presupposti e principi di cui ogni teoria citata si fa messaggera. Una narrazione dalla quale si evince come la parola prende corpo, come la parola-mente si emana dal corpo e, aggiungo, come orbita e gravita intorno a quest’ultimo, cercando di coglierne i segnali, di renderlo dicibile. In questo testo l’A., appoggiandosi alle teorie citate, ci conduce per mano al punto d’intersezione tra la verticale del corpo e l’orizzontale dell’ambiente, dove di volta in volta può prendere vita la parola piena. Una parola singolare e personale che stacca il soggetto dall’universalità del linguaggio, dall’anonimato del mondo e lo rende unico, vivo e vitale. L’A. costruisce questi passaggi con pazienza certosina, riga dopo riga, autore dopo autore, attraverso un percorso disciplinato nel quale ci porta all’alba dell’intreccio tra corpo e mente, nella zona di contatto-barriera, nel suo confine primordiale o nella sua zona di divisione originale tra significato e significante, per dirla con De Saussure. Non mancano, strizzando forse l’occhio ai supporti pedagogici, delle schede di osservazione clinica che tuttavia rimangono insature, ricordandosi, l’Autrice, dell’epigrafe di E. Garroni da lei stessa citata all’inizio del primo capitolo, la quale recita che la buona salute psichica è affidata alla comprensione e non alla spiegazione. Una posizione epistemologica definita la quale talvolta può sfuggire al lettore a causa del percorso sistematico e lineare impostato dal pensiero dell’Autrice.
Questo è, per mio parere, un libro che parla anzitutto di una felice eredità. Un’eredità che per potersi dire veramente tale deve essere ri-conquistata, come ci ricordava Freud riportando le parole di Goethe nel suo ultimo lavoro. Rita Inglese qui riafferma quanto sia cruciale il movimento di ripresa del passato ed il debito simbolico con le tracce paterne. Non è un caso che questo libro nasce in un momento delicato del suo personale rapporto con il padre nella sua ultima stagione di vita. Un’eredità che non si limita a ripetere e riportare quello che altri hanno detto e scritto ma, soprattutto, dà vita ad una personale rielaborazione soggettiva, in particolare negli ultimi capitoli dove l’A., con coraggio, espone il suo lavoro clinico. Per dirla con M. Recalcati (2011), Rita Inglese riconosce il debito simbolico con gli antenati e, allo stesso tempo, fa rivivere quel passato in forme nuove ed inedite che forse, i padri, non avevano ancora previsto.
La lettura è avvolgente anche nei capitoli più tecnici e finisce in un crescendo, nella seconda parte del volume, dove l’A. partecipa al lettore una traduzione puntuale, attraverso il commento di alcuni casi clinici, di quanto esposto nei primi capitoli. Casi clinici condotti lungo l’arco di 20 anni anche con bambini, dove l’A. ha potuto constatare il nascere, in nuce, dei concetti esposti. Si evince in maniera inequivocabile che Rita Inglese ha creato un modello personale d’intervento, nel quale dialogano e dialettizzano i diversi registri espressivi di corpo e parola. Perché, in fondo e parafrasando Cimatti (2015), tutte (o quasi) le psicoterapie, anche se continuiamo a pensarle come terapie della consapevolezza e della conoscenza, sono la strada, privilegiata, per portare al corpo o per tentare di dargli voce.
Lo annovero, senz’altro, tra i libri generosi.
Rita Inglese non trattiene, non rimanda, non allude. Dona il suo sapere in maniera trasparente e senza filtri a chi vuole ascoltare e leggere sino in fondo.
Pur con le dovute cautele, non ho timore nel pensare ad alta voce che Rita Inglese si candidi ad essere annoverata tra quegli psicoterapeuti che, a partire dalla clinica, riescono a creare un nesso solido tra la pratica e la riflessione teorica. Un bel contributo per tutta la nostra comunità professionale, che ci sostiene nel distaccarci dalle facili stigmatizzazioni che ci vedono spesso, nell’opinione pubblica, ascritti tra i parolai.
La parola qui è corpo, corpo sottile, ma percepibile e consistente.
Buona lettura.
Roma, 22 marzo 2017
Emilio Riccioli

 

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